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STAMPA - Luca Rossi

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Luca Rossi è considerato uno dei migliori interpreti della musica e del teatro popolare campano. Suona, con una facilità fuori dalla norma, tutti i tamburi a cornice dell’area del Mediterraneo ed ha già prodotto un proprio metodo di insegnamento della tammorra, “Tammorra – Italian frame drums”.
Ha suonato e portato i suoi tamburi un po’ ovunque, dalla vicina Tunisia, fino in Bulgaria, passando per l’Armenia, la Spagna e la Grecia. Che sia una piazza di un piccolo borgo o un teatro che ospita un grande festival internazionale, il risultato è il medesimo: il pubblico viene sistematicamente coinvolto in qualcosa che va oltre ad un semplice spettacolo musicale o teatrale. Si viene immersi in un vortice di suoni, di colori, di danze ipnotiche ai quali si risponde solo alzandosi dalla sedia e ballando fino all’ultimo colpo della sua mano sulla tammorra.
Di chi parliamo? Di Luca Rossi e della sua arte.


“Il Raccontaio”, animali, oggetti ed alieni che prendono in prestito la tua voce e il tuo corpo per parlare a noi comuni mortali. Totore l’ex piccione viaggiatore, Battista il water professionista, Pasquale il maiale, tutti dentro un piccolo baule che era la loro casa. Grazie a te, questi oggetti hanno espresso le loro paure, le loro ansie, raccontandoci il loro punto di vista per esempio rispetto all’emergenza rifiuti in Campania. In una vecchia intervista hai affermato che questi oggetti sono stati i tuoi migliori amici per quattro anni. Come si è sviluppata questa empatia?

Ho iniziato a scrivere il Raccontaio a Bologna. Forse è più corretto dire che non l’ ho scritto io ma che davvero questi oggetti e questi animali parlanti mi hanno dettato singolarmente la loro storia. Cominciai a scrivere un po’ per gioco anche perché all’epoca non capivo cosa potesse legare il mio percorso formativo e musicale con le storie di oggetti parlanti. Lo compresi e me ne convinsi solo più tardi. Si perché, così come l’interesse per l’etnomusicologia, era il tentativo di documentare e trascrivere le “musiche altre”, il solo obbiettivo delle storie raccontate da quegli oggetti animati era di palesare l’inversione delle parti. Vedere il mondo con occhi poco vincenti, gli occhi di quelli che non hanno mai potuto scrivere la storia ufficiale. Lo volevo dire senza rabbia e senza assumermi la responsabilità della polemica. Con le rime, in napoletano, fra una canzone e un assolo di tamburo. Rappresentava un po’ la rivincita dei “back standers” , delle impalcature, dei sostegni ben nascosti agli occhi di tutti, soprattutto ai miei. La Sedia abusata e schiavizzata, il Water declassato e depresso, il maiale che propaganda l’auto-rivoluzione ed un Giuda Iscariota “umano troppo umano”. Per dargli voce ancora più forte, oltre a scriverne la storia, mi travestivo e mi trasformavo in loro. Li portavo nel baule del Racconto. Un baule di legno vero. E diventarono i miei migliori amici. Giravo con questo baule per tutta Italia. All’inizio per trasportarlo sui treni ci avevo aggiunto una modifica con le rotelle prese a prestito da un carrello della spesa. Lo rappresentavo nei piccoli teatrini, nelle piazze, nelle scuole. E mi sembrava una cosa importante. Forse un giorno lo tornerò a portare in scena, magari con nuovi oggetti ed animali parlanti.

Dall’ironico monologo de “Il Raccontaio” fino a “Pulecenella love. Riflessioni sull’amore a margine di Nietzsche”, presentato il 19 gennaio 2013 a Caserta presso lo Spazio Aveta, in una scenografia post industriale, dove la migliore coreografia sono stati i 600 e forse più spettatori. Uno spettacolo diverso, molto più intenso, corale, studiato nei minimi particolari, dove le tue tammorre si incontravano con i racconti e le provocazioni del Pazzariello, con le ballerine della Tarantella napoletana e con quattro tuoi amici di sempre, nonché ottimi musicisti, che hanno prestato i loro strumenti per realizzare questa combinazione tra danza, musica e teatro. Come è nata questa nuova esperienza artistica, unendo due figure che all’apparenza sono distanti anni luce tra di loro?

Pulcinella è una sorta di Ying e Yang della Campania. Bianco e nero, bene e male, lo scaltro credulone, il servo che si beffa del padrone. Un simbolo di una complessità tale che se mi ci metto a pensare non troverò mai abbastanza parole adatte a descriverlo. Il becco adunco della maschera lo fa somigliare alle galline, uccelli che non volano, che razzolano il terreno senza cercare il petrolio e per questo si credeva avessero un rapporto con il regno dei morti. E Pulcinella è la vita contenitore di morte. E’ la comprensione. E’ il Carnevale, la rinascita rituale per mezzo del disordine. “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante” per dirlo con le parole di Nitzsche. Pulcinella mi sembrava esprimesse appieno questo meraviglioso inno alla vita. Un Pulcinella svuotato del pensiero romantico, senza una morale predefinita , post-moderno, industriale ma attento a ciò che crede sia sacro. Un Pulcinella che vuole necessariamente tornare alla terra, alla carnalità, ai racconti della tradizione orale attorno al fuoco. Un Pulcinella Zarathustra trans- gender con i bracciali punk che suona la tammorra a cui è concesso ribadire che Dio è morto. Senza suscitare scandalo. Un Pulcinella che parla d’amore come a-mors e dice che la candela della speranza è sempre accesa perché siamo parte della vita. Io lo trovo meraviglioso.

Hai suonato con interpreti mondiali della musica popolare: Enzo Avitabile, Teresa De Sio, Orchestra Popolare Campana, Eugenio Bennato e tanti altri grandi maestri. Ma il tuo vero maestro è casertano, uno di quei musicisti che non sono conosciuti al grande pubblico, ma che coltivano la passione per uno strumento in maniera genuina, vera cercando di tramandare questo amore ai più giovani. Come è successo a te, quando il tuo maestro ti ha messo la tammorra in mano per la prima volta quando avevi nemmeno quindici anni. Raccontaci quel momento in cui tutto cominciò.

Franco Faraldo è un maestro percussionista. Ha suonato ogni genere di percussione, tutte benissimo. Suonava la darabuka come un arabo e le congas come un cubano. Ha accompagnato per decenni tantissimi grandi della musica italiana da Gianna Nannini alla Nuova Compagnia di Canto Popolare. Io ho avuto la fortuna di incontrarlo quando ero ragazzino e mi insegnò tutt
o quello che sapeva della tammorra. Più con le parole che con le mani. Mi ha trasmesso come toccare la pelle e sentire il ritmo. E’ stato un grande maestro. Oggi è uno dei miei migliori amici e la mia gratitudine verso di lui sarà sempre sconfinata. Franco I love you.

Da più di dieci anni in Italia stiamo assistendo ad un rinnovato e crescente interesse per le musiche e le danze tradizionali del centro e sud-Italia: pizzica – pizzica, tarantella, tammurriata, saltarello e tante altre danze che sono state tramandate da generazione in generazione. Danze di corteggiamento, di sfida, ipnotiche che in quei passi frenetici racchiudono il racconto di un popolo, quello meridionale nella sua totalità, nonostante le diverse specificità in cui è suddivisa la moltitudine del Sud. Moda, riscoperta di antichi valori, riappropriazione della nostra storia. Perché secondo te ora tutti danzano al ritmo di una tammorra?

Magari danzassero tutti al ritmo della tammorra. Saremmo tutti più felici e io farei un sacco di concerti in più.
Scherzi a parte, credo che il recupero delle danze autoctone sia di vitale importanza sia per rafforzare un’ identità collettiva particolare, sia per sperimentare la funzione catartica che investe singolarmente ognuno che balla.
Il tamburo è per antonomasia lo strumento della danza. E’ fatto di pelle animale e stimola quel primordiale bisogno ferino che oggi resta pericolosamente assopito e che credo con tutto me stesso vada esorcizzato e sublimato. E poi la poesia dei passi, la gestualità dei corpi, i codici convenzionali e tutte le evocazioni associate alla danza sono di una bellezza senza fine.

Il Salento è forse il territorio che è meglio riuscito a sfruttare la sua storia, la sua musica e i suoi ritmi ancestrali. Si parla da anni, infatti, di un rinascimento salentino. Già sul finire degli anni ’50, precisamente nel 1959, l’antropologo Ernesto De Martino studiò il rituale magico del tarantismo salentino, a dimostrazione di come l’interesse per il Salento e la Taranta risalgano a più di cinquanta anni fa. Anche la tammurriata napoletana ha una sua storia, un suo fascino nascosto, un mondo da narrare. Ma forse questo mondo non è stato raccontato adeguatamente, non si è costruita una vera “scuola del ricordo”. Secondo te manca, per la musica tradizionale nostrana, uno studio come quello svolto da De Martino per la taranta salentina?


Non credo si tratti di una mancanza di uno studio etnografico approfondito che risvegli l’interesse per la musica tradizionale in Campania. Non dimentichiamo che la Campania è stata la patria del folk revival negli anni 70. Qui è nata la Nuova Compagnia di Canto Popolare che ha svolto la più grande operazione di diffusione capillare di questa musica in Italia e all’estero. In Campania è nato Roberto de Simone che oltre ad essere il genio creativo che tutti conosciamo è stato anche un ottimo etnomusicologo e studioso della musica di tradizione orale in Campania. Le sue monografie dedicate all’argomento sono numerose ed interessantissime ed insieme ad Annabella Rossi realizzarono una raccolta esaustiva e di grande valore culturale. Non credo che la pizzica abbia avuto successo solo per mezzo di Ernesto De Martino. Anzi, quello che si vede oggi non ha molto a che fare con l’esorcismo della tarantata degli anni cinquanta. Direi che la forza espressiva di questa musica risieda proprio nel ritmo e nella melodia. E’ senza dubbio una musica coinvolgente che induce alla danza e alla partecipazione. Ma neanche questo dato basta a giustificare l’interesse di massa attorno al fenomeno. In Salento è stata attuata un’operazione di marketing turistico e di politica istituzionale ben organizzata a favorire la promozione e la valorizzazione delle risorse locali. Festival come la Notte della Taranta riuniscono centinaia di migliaia di appassionati, anche perché sono iniziative promosse e sostenute dalle amministrazioni politiche e vengono fortemente pubblicizzate poiché continuano ad incentivare un ritorno in termini di economia turistica.
Noi siamo solo più rassegnati e più pigri.

Per chi vuole vivere della propria arte, rimanere a Caserta non è semplice. Il capoluogo di Terra di Lavoro è una città che dal punto di vista dell’offerta culturale non è tra le prime in Italia, nonostante abbia dato natali a moltissimi artisti nei più disparati campi. Tu invece hai scelto di restare, anzi di ritornare dopo gli studi al Dams di Bologna e qualche tempo trascorso negli Stati Uniti. Un viaggio all’incontrario il tuo, un ritorno alle origini. Com’è fare arte a Caserta?

Non è semplice vivere di arte, come non è facile vivere di ogni altro lavoro oggi come oggi. Né a Caserta, né a Bologna. Ci dobbiamo dare da fare e cercare sempre nuove soluzioni per creare l’entusiasmo dentro e fuori. Caserta è una città piena di persone interessanti e disponibili. Purtroppo ci troviamo in un periodo dove le risorse economiche destinate alla cultura sono davvero esigue e di chi sia la colpa è una risposta che lascia il tempo che trova. Ho avuto il sostegno di tanti amici che mi hanno permesso di realizzare spettacoli costosi ed impegnativi qui a Caserta.
Io purtroppo sono di parte perché mi piace troppo la Campania e nonostante ho vissuto per lunghi periodi in altre città, non andrei più a vivere altrove. Credo che fare arte qui sia bellissimo nonostante le difficoltà che si potrebbero incontrare ovunque considerando il periodo storico.


 
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